Casa di riposo, luogo di tortura
Immobilità, solitudine e carenza di personale: cosa significa oggi vivere in una casa di riposo
Oggi la signora Clara (nome di fantasia, per proteggere la sua privacy) mi chiede di tirarla su dal letto.
Di farla alzare.
Di farle fare un giro.
Non ne può più di stare stesa.
So già che, se provo a fare qualcosa, qualcuno mi dirà che non posso nemmeno toccarla.
Allora vado dall’infermiera e chiedo se si può alzare la signora, metterla seduta, oppure su una seggiolina a rotelle. Dico che la porterei io fuori, anche solo per pochi minuti, una passeggiata breve.
La risposta è no.
“Non facciamo niente perché poi nel pomeriggio non ho operatori per rimetterla a letto.”
Le rispondo che io non posso restare fino al pomeriggio, che la passeggiata la farei adesso, per un quarto d’ora al massimo, e poi verrebbe rimessa a letto.
Ancora no.
“Non ho abbastanza operatori. Ne ho solo due. Devono servire il pranzo, cambiare pannolini, fare tutto il resto. Grazie per la disponibilità, ma con due operatori la signora resta a letto.”
Torno in camera.
La signora Clara allunga le braccia verso di me.
“Aiutami… alzami un po’.”
Non so cosa dirle.
Non posso alzarti.
Posso solo stare qui un po’ con te. Farti compagnia.
E lei mi dice una frase che mi si pianta come un coltello:
“Adesso mi verrebbe da piangere, ma resisto. Devo pazientare. Dove voglio andare? Devo essere brava.”
Le vorrei dire: no.
Tu avresti il diritto di protestare.
Di urlare.
Non si può stare giorni interi stesi in un letto.
Tu hai il diritto di alzarti, muoverti, fare due passi, respirare.
Provo una rabbia enorme.
Una frustrazione totale.
Pur sapendo poco o niente di psicologia, intuisco una cosa con chiarezza assoluta:
quando non puoi più incidere sulla realtà, inizi a incidere sulla tua mente.
La pieghi a una realtà che senti profondamente sbagliata, ma che devi accettare perché non hai scelta.
Se non puoi cambiare l’ambiente esterno, cambi le tue convinzioni:
devo pazientare
devo imparare a essere paziente
devo fare la brava
cosa pretendo
Ed è qui, secondo me, che inizia la demenza:
quando menti a te stessa fino a crederci.
Quando, non potendo influire sulla realtà, inizi a deformare il tuo pensiero per sopravvivere.
Le case di riposo devono cambiare.
Perché così come sono oggi, troppo spesso, sono luoghi di tortura.
Devono aprirsi alla realtà esterna:
alle associazioni,
alle scuole,
alle università,
con progetti continui, attività quotidiane, volontari, vita.
E sì: servono più operatori, perché solo loro possono alzare l’ospite, metterlo su una carrozzina, rimetterlo a letto.
Ma non basta.
Serve un cambio radicale di visione.
Anche oggi torno a casa con una rabbia totale.
Cosa posso fare? Scrivo.
Intanto scrivo.
Ma non basta.
Devo parlarne con la direzione.
Solo il pensiero mi crea ansia: mi aspetta il solito muro di gomma, le solite espressioni, rassicurazioni di facciata, i mezzi sorrisi stanchi di chi sta già pensando:
“devo pazientare, tra qualche minuto questa rompicoglioni uscirà dal mio ufficio.”
Il tempo necessario ad aspettare che io esca e tutto resti esattamente com’è.

Share this content:
Lascia un commento